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LA CESSIONE D'AZIENDA: CONTRATTO DEFINITIVO E PRELIMINARE

Pubblicato il 05 aprile 2019 alle 17.20



Prima di procedere alla stipula del contratto definitivo di cessione d’azienda, le parti tendono, nella prassi commerciale, a redigere un primo atto che assume la forma di un contratto preliminare, cioè una semplice lettera d’intenti, mediante il quale le parti si impegnano a concludere, in un momento successivo, il contratto definitivo che produrrà il passaggio di proprietà dell’azienda.

Tale atto deve contenere alcuni elementi essenziali, quali, ad esempio:

  • Descrizione dei beni costituenti l’azienda oggetto della futura compravendita, eventualmente allegando all’atto un inventario analitico dei beni. Ugualmente per le giacenze di magazzino è consigliabile allegare un inventario analitico delle scorte che vengono cedute con l’azienda, riportando il loro valore totale;
  • Il prezzo pattuito, le modalità di pagamento e l’eventuale caparra da corrispondersi all’atto della stipula del preliminare;
  • La data entro cui formalizzare il definitivo passaggio di proprietà dell’azienda;
  • Eventuali condizioni sospensive o risolutive.

Di seguito il venditore dovrà presentare delle garanzie a protezione dell’acquirente, che nella prassi si dividono in due tipologie:

Garanzie legali, poste con l’obiettivo di garantire all’acquirente la qualità della società target e, contestualmente, liberare l’acquirente dall’onere di provare la veridicità delle dichiarazioni dell’alienante. Esse si dividono in:

- Garanzie di piena proprietà, la quale esclude la comproprietà dell’azienda con terzi;

- Garanzie di assenza di vincoli, gravami e diritti di terzi, ovvero la garanzia fornita dal venditore per cui non vi sono né vincoli né diritti di terzi;

- Garanzie di good standing, cioè assenza di procedure concorsuali o di liquidazione della società.

Garanzie patrimoniali, finalizzate a garantire il valore economico della società target. Queste si dividono in:

- Veridicità e accuratezza del bilancio, per cui si garantisce la veridicità e la correttezza del bilancio;

- Garanzia di rispetto della normativa previdenziale e fiscale;

- Garanzie sul contenzioso, ad esempio la garanzia di assenza di controversie pendenti o minacciate;

- Garanzie sui contratti, ad esempio la garanzia dell’assenza di condotte inadempienti relativamente ai contratti in essere;

- Garanzie su specifiche voci di bilancio (crediti, rimanenze, immobili ecc…

A garanzia degli impegni che andrà assumere il promissario acquirente, viene sovente previsto:

> Il riconoscimento al promittente venditore di una clausola penale (art. 1382 c.c.) o di una caparra (confirmatoria o penitenziale), mediante la consegna immediata di una somma di denaro; 

> A volte i contratti di cessione d’azienda prevedono il pagamento del prezzo a rate, acompagnate da emissioni di cambiali o pagherò. Per garantire il cedente nella corresponsione del prezzo anche dopo la stipula del contratto, si può richiedere l’inserimento di una clausola che preveda il trasferimento di proprietà dell’azienda solo con l’integrale pagamento del prezzo, ovvero con il saldo dell’ultima rata di prezzo pattuita. Tale clausola è meglio conosciuta come “patto di riservato dominio”, e risulta disciplinata dall’art. 1523 c.c..

Il patto di riservato dominio, generalmente, viene utilizzato nell'ipotesi di patrimonio aziendale costituito da beni strumentali di notevole valore poiché l’acquirente in difficoltà o, peggio, in mala fede, potrebbe procedere all’alienazione a terzi di detti cespiti, con notevole danno per il cedente, il quale oltre a non aver incassato il prezzo, non avrebbe più la possibilità di rientrare nel possesso fisico dei beni. Viceversa con il patto di riservato dominio si rende inefficace l’atto di successiva rivendita per opposizione del patto di riservato dominio.


HP CONSULTING SRL - COMITATO DI STUDI

LA TRASFORMAZIONE SOCIETARIA NEL CONCORDATO PREVENTIVO

Pubblicato il 14 marzo 2019 alle 09.15



La trasformazione societaria può essere utilizzata quale strumento per il superamento della crisi aziendale all'interno della procedura di concordato preventivo poiché, non comportando alcuna circolazione di ricchezza ma solo una modifica della veste giuridica dell’impresa, non vi è il rischio di pregiudizio nei confronti dei creditori. In aggiunta lart. 2499 c.c. disciplina che “può farsi luogo alla trasformazione anche in pendenza di procedura concorsuale, purché non vi siano incompatibilità con le finalità o lo stato della stessa”: per deliberare la trasformazione nell’ambito di una procedura di concordato preventivo è necessario verificare preliminarmente la compatibilità di tale istituto con le finalità e lo stato della procedura.

Le finalità della trasformazione all’interno della procedura di concordato preventivo possono essere le seguenti:

1) Nel concordato preventivo la trasformazione omogenea, può essere finalizzata alla riduzione dei costi di gestione dell’impresa in crisi, poiché rende non più obbligatoria la permanenza, nell’organigramma societario, dei soggetti incaricati del controllo e della revisione legale dei conti (sempreché non dicorrano gli altri presupposti di nomina obbligatoria dell’organo di controllo previsti dall’art. 2477 c.c.).

2) La trasformazione omogenea regressiva da società di capitali a società di persone comporta l’assunzione da parte dei soci di responsabilità illimitata per tutte le obbligazioni sociali, comprese quelle sorte in epoca antecedente alla trasformazione, per cui può essere utile qualora il sacrificio del socio – che mette a disposizione dei creditori il proprio patrimonio personale – sia bilanciato dal fatto che l’accesso al concordato potrebbe offrire a quest’ultimo la prospettiva di una parziale esdebitazione.

3) La trasformazione omogenea progressiva, da società di persone ad società di capitali, potrebbe non essere compatibile con l’interesse dei creditori sociali poiché quest’ultimi vedrebbero ridursi le proprie garanzie alla luce della limitazione di responsabilità dei soci, a fronte della quale comunque i creditori sociali potrebbero opporsi, in sede di trasformazione societaria, conservando così il vantaggio dell'estensione dell'eventuale dichiarazione di fallimento della società in capo ai soci medesimi, qualora la procedura concorsuale di concordato sfoci successivamente in un fallimento. Al contrario la trasformazione progressiva potrebbe comunque consentire un miglioramento della proposta di concordato prevedendo, ad esempio, la soddisfazione dei creditori attraverso l'attribuzione a quest’ultimi di strumenti finanziari, la cui emissione è inibita nel prototipo societario ante trasformazione.

Saranno quindi gli organi della procedura a dover fornire il giudizio di compatibilità cioè, come precisato dalla prassi notarile, la delibera di trasformazione:

  • Qualora l’operazione di trasformazione sia indicata nel piano concordatario e la sua efficacia sia condizionata all’omologazione della proposta del debitore, non è richiesta alcuna autorizzazione giudiziale (delibera condizionata).
  • Se assunta dopo il deposito della domanda di concordato (anche “in bianco” ), e prima del decreto di ammissione al concordato, deve essere autorizzata dal tribunale ai sensi dell’art. 161, co. 7, del RD n. 267/42. L’autorizzazione deve risultare dalla stessa delibera di trasformazione;
  • Se assunta dopo il decreto di ammissione al concordato, e prima del decreto di omologazione della proposta di concordato, deve essere autorizzata dal giudice delegato ai sensi dell’art. 167, co. 2, L. fall.;
  • Se assunta dopo il decreto di omologazione del concordato, non necessita di alcuna autorizzazione ai fini dell’art. 2499 c.c., poiché è in corso la sola fase esecutiva. Pertanto sarà necessario fare delle riflessioni diverse a seconda della tipologia di procedura:

a) Nel concordato preventivo con continuità aziendale, la società può adottare una delibera di trasformazione, ma con il limite che, laddove l'operazione non sia stata prevista nel piano e comporti nuovi oneri a carico della società non preventivati, la sua adozione potrebbe dar luogo al rischio di risoluzione del concordato per inadempimento ai sensi dell'art. 186 L. fall.;

b) Nel concordato preventivo con cessione dei beni, la società potrà adottare la delibera di trasformazione chiamando in causa il liquidatore giudiziale, il quale dovrà essere debitamente autorizzato dagli organi della procedura per sostenere l'esborso dei relativi costi, poiché non preventivati in sede di predisposizione del piano concordatario.

Il codice civile riconosce, nella trasformazione societaria, il diritto al recesso del socio dissenziente (art. 2437 c.c. per le s.p.a., e art. 2473 per le s.r.l.), ad esclusione del caso in cui la società si trovi in stato di liquidazione (art. 2437-bis, co. 3, c.c. per le s.p.a. ed art. 2473, co. 5, c.c. per le s.r.l.).

Conseguentemente, qualora la società in concordato preventivo non sia già posta in liquidazione (se non per scelta volontaria dei soci) ed in pendenza della procedura di concordato preventivo venga deliberata la trasformazione della società, ai soci non consenzienti spetta comunque il diritto di recedere dal contratto societario.

Nel caso di recesso del socio dissenziente alla delibera di trasformazione, la liquidazione della quota del socio receduto avverrà nei tempi e nei modi previsti dalla procedura concorsuale. Nello specifico:

- La valutazione della partecipazione dovrà avvenire secondo gli ordinari principi civilistici e al momento della dichiarazione del socio di recedere dal rapporto contrattuale (art. 2473, co. 3, c.c.);

- Non essendo ancora omologato il concordato, tale valutazione non potrà tener conto degli effetti benefici della falcidia concordataria;

- La liquidazione in pendenza di concordato (cioè dopo l’omologa) potrà avvenire solo ad opera degli altri soci o di terzi, e mai avvalendosi di mezzi propri della società.

Invece nel caso di recesso esercitato prima dell’omologa del Tribunale, la liquidazione della quota mediante mezzi propri della società dovrà essere differita alla fase successiva all'omologazione del concordato, che pertanto influisce sull'esigibilità del credito del socio receduto. In quest’ultimo caso, nella predisposizione del piano concordatario dovrà essere esposto l’eventuale credito del socio da recesso, in modo da permettere ai creditori di esprimere, con consapevolezza, il loro voto in merito all’approvazione della proposta del debitore posto che, in tale circostanza, il socio receduto concorrerebbe con loro alla ripartizione dell’attivo concordatario. Logicamente il rimborso ad opera della società determinerebbe una riduzione di risorse a favore dei creditori sociali, con evidenti ripercussioni negative sul piano e sull’accettazione da parte dei creditori della proposta di concordato del debitore.

All’interno della procedura di concordato preventivo, il diritto di opposizione dei creditori sociali alla trasformazione è assorbito dai rimedi riconosciuti ai creditori concorsuali da parte della procedura di concordato, cioè:

I. Nel caso di trasformazione prevista come modalità di attuazione del concordato, i creditori concorsuali della società sono privati del diritto individuale di opposizione ma potranno opporsi all’omologazione del concordato di cui all’art. 180, co. 2, L.F.;

II. Nel caso di trasformazione assunta dopo l’omologazione del concordato preventivo, i soci potranno opporsi alla trasformazione come da art. 2500-novies, c.c..


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TRASFORMAZIONE SRL UNIPERSONALE - IMPRESA INDIVIDUALE

Pubblicato il 05 marzo 2019 alle 09.30



La questione se la società di capitali possa legittimamente trasformarsi, secondo il nostro ordinamento, in impresa individuale è da sempre oggetto di acceso dibattito con una diversa interpretazione tra il Consiglio Nazionale del Notariato e il Ministero dell'Economia e Sviluppo.

Nel dettaglio il CNN - in accordo con il Notariato Triveneto - ritiene sostanzialmente applicabile per tale fattispecie lo schema della trasformazione eterogenea tra società unipersonale e impresa individuale, determinando in tal senso una continuità dei rapporti giuridici riferita alla prosecuzione dell’impresa in sé considerata, mentre rimarrebbe indifferente la questione della singolarità o pluralità dei soggetti che esercitano l’attività di impresa. I creditori sarebbero comunque salvaguardati nei loro interessi attraverso lo strumento civilistico dell’opposizione.

Nel fornire un’interpretazione ampliativa circa i requisiti e le condizioni di accesso al regime agevolato delle start-up innovative - che esclude il beneficio per i soggetti sorti tramite operazioni comportanti la successione nei rapporti attivi e passivi già facenti capo a un preesistente soggetto -il MISE ha invece ritenuto che:

1) Non sia possibile una trasformazione in senso proprio dell’impresa individuale in società;

2) Non sia possibile una trasformazione da società in impresa individuale;

3) E' possibile una sorta di surrettizia «trasformazione» della ditta individuale in società (S.r.l.), a valere solamente per l’accesso alla normativa sulle start-up innovative. In questo modo, una fattispecie nella quale veniva trasferito un ramo di azienda è stata sostanzialmente «riletta» come ipotesi di sempice variazione statutaria non realizzativa (aprendo la via a un possibile futuro riconoscimento ufficiale della trasformazione individuale-societaria).


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LA DATA DI EFFETTO CIVILISTICO DELLA TRASFORMAZIONE SOCIETARIA E LA SUA INVALIDITA'

Pubblicato il 27 febbraio 2019 alle 09.55



La trasformazione societaria consiste nella modifica del tipo, ed eventualmente della causa, del contratto sociale. Pertanto la data di effetto della trasformazione è il momento a partire dal quale l'impresa assume una nuova veste giuridica.

Il codice civile prevede una diversa data di effetto civilistico della trasformazione in base alla diversa tipologia di quest’ultima:

  • Nella trasformazione omogenea, il Comitato Triveneto dei Notai con la massima K.A.10, ha stabilito che la data naturale di efficacia coincide con quella di iscrizione dell’atto di trasformazione nel registro delle imprese, salva, però, la possibilità di prevedere nell’atto medesimo una diversa decorrenza, purché non antecedente alla predetta data, né posteriore ad essa di oltre 60 giorni;
  • Nella trasformazione eterogenea la data di effetto della trasformazione è rappresentata dal sessantesimo giorno successivo a quello in cui ha luogo l’scrizione dell’atto nel registro delle imprese.

Dal momento in cui la trasformazione si conclude, vi è l'impossibilità di richiedere l'invalidità dell'atto di trasformazione: qualora vi siano dei vizi nel procedimento di trasformazione, un socio o un terzo danneggiati da un illegittimo procedimento di trasformazione non potranno perciò richiedere il ripristino della situazione anteriore, ma avranno diritto al solo risarcimento del danno patito.


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LA FUSIONE SOCIETARIA NEL CONCORDATO PREVENTIVO

Pubblicato il 13 febbraio 2019 alle 14.45



Con la riforma del diritto societario, è stato resa ammissibile l’operazione di fusione all’interno della procedura di concordato preventivo: la fusione deve presentare profili di convenienza incontrovertibili tali da assicurare la massima soddisfazione per tutte le masse creditorie interessate dall’operazione straordinaria in parola. 

L’adozione della fusione in un piano di concordato preventivo si rende particolarmente utile nelle crisi di gruppo, dove si rende necessario un riassetto societario.

In aggiunta nessun ostacolo pare derivare dalla eventualità – ricorrente nel caso di specie – che tutte e due le società siano assoggettate ad una procedura concorsuale, nel momento in cui l’operazione di fusione si rivela idonea ad assicurare le finalità della procedura concorsuale. L’unica preclusione, come confermato anche dal Consiglio Notarile dei Distretti Riuniti di Firenze, Pistoia e Prato, massima n. 36/2013, si ha per la fusione alle società in liquidazione che abbiano iniziato la distribuzione dell'attivo.

Nell’ambito di un’operazione di fusione in concordato preventivo, la prassi notarile (Consiglio Notarile dei Distretti Riuniti di Firenze Pistoia e Prato, Massima n. 36/2013) consiglia di inserire nel progetto di fusione - in aggiunta alle informazioni richieste dall'art. 2501-ter c.c. - anche un preciso riferimento alla strumentalità dell'operazione rispetto al concordato della società in crisi e agli obiettivi imprenditoriali e/o finanziari delle società partecipanti.

L’operazione di fusione societaria può essere prevista nel piano concordatario in tre soluzioni alternative:

1) Realizzare l’operazione di fusione all’interno del concordato preventivo.

Questa ipotesi è di difficile attuazione nella pratica ma è in grado di garantire il voto favorevole dei creditori alla proposta poiché all’atto del voto della proposta del piano concordatario, la fusione sarà già perfezionata e, pertanto, non vi saranno dubbi sul compimento dell’operazione.

La prima problematica consiste nei tempi di realizzazione, posto che la stessa deve necessariamente perfezionarsi prima che i creditori esprimano il loro voto alla proposta del debitore.

In secondo luogo, perfezionare un’operazione di fusione prima ancora che i creditori si siano espressi in ordine all’operazione può essere rischioso, tenuto conto del fatto che qualora l’adunanza dei creditori esprimerà un voto negativo alla proposta concordataria, l’operazione sarà assunta inutilmente alla luce dell'irreversibilità della fusione;

2) Posticipare l’intera operazione di fusione alla fase esecutiva del concordato Preventivo.

Diversamente dal punto precedente, il perfezionamento della fusione durante la fase esecutiva del concordato preventivo presenta minori in quanto prima vi sarebbe l’omologa del concordato e soltanto una volta ottenuto il parere favorevole dei creditori, si darà avvio, in sede di esecuzione del concordato, alla fusione;

3) Effettuare parte degli adempimenti prima dell’omologazione, la delibera societaria, posticipando alla fase esecutiva la produzione di effetti.

Questa ipotesi può realizzarsi condizionando all’omologa del concordato la delibera o l’atto di fusione all’omologa.

Il Consiglio Notarile dei Distretti Riuniti di Firenze, Pistoia e Prato, massima n. 37/2013, ritiene che sia preferibile attuare la fusione una volta ottenuta l’omologazione del concordato. La fusione viene, infatti, attuata solo una volta che sia stata ottenuta l'omologazione del concordato. In tal modo non si ha la necessità di ottenere alcuna preventiva autorizzazione da parte degli organi della procedura (ad esempio per l’approvazione del progetto di fusione e per la successiva iscrizione del Registro delle Imprese della delibera assembleare).

Il Consiglio Notarile dei Distretti Riuniti di Firenze, Pistoia e Prato, massima n. 50/2015, ha evidenziato come nell’attuazione della fusione post omologazione del concordato liquidatorio si pone l'interrogativo se la legittimazione a predisporre il progetto di fusione, e poi a sottoscrivere l’atto di fusione, sia di competenza dell'organo amministrativo della società, oppure del Liquidatore Giudiziale, o di entrambi gli organi congiuntamente. La prassi notarile è favorevole alla competenza esclusiva degli amministratori della società, mentre al Commissario Giudiziale debba competere esclusivamente un dovere di vigilanza.

In conclusione, a parere del Consiglio Notarile dei Distretti Riuniti di Firenze, Pistoia e Prato, massima n. 37/2013, nel caso di fusione nel concordato, i creditori di cui all'art. 184 L. fall. della società in crisi sono privati del diritto individuale di opposizione di cui all'art. 2503 c.c.. In ogni caso la loro tutela sarà rispettata tramite la possibilità di ricorrere al rimedio endoconcorsuale dell'opposizione di cui all'art. 180, co. 2, L. fall., da considerarsi «assorbente» di ogni altra tutela. In altri termini, ai creditori sociali sarebbe, pertanto, consentita soltanto l’opposizione di cui all’art. 180 L. fall., in quanto tale azione avrebbe nel caso di specie una funzione “assorbente” di qualsiasi altra forma di tutela.

Nella fusione in sede di concordato preventivo sono sempre valide le normative in merito al diritto di recesso del socio dissenziente (art. 2502, 2473, 2437 c.c.), dove la liquidazione della quota del socio receduto avverrà nei tempi e nei modi previsti dalla procedura concorsuale.

Nello specifico:

  • La valutazione della partecipazione dovrà avvenire secondo gli ordinari principi civilistici e al momento della dichiarazione del socio di recedere dal rapporto contrattuale (art. 2473, co. 3, c.c.);
  • Non essendo ancora omologato il concordato, tale valutazione non potrà tener conto degli effetti benefici della falcidia concordataria;
  • La liquidazione in pendenza di concordato potrà avvenire solo ad opera degli altri soci o di terzi, e mai avvalendosi di mezzi propri della società.

Nel caso di recesso esercitato prima dell’omologa del Tribunale, la liquidazione della quota mediante mezzi propri della società dovrà essere differita alla fase successiva all'omologazione del concordato, che pertanto influisce sull'esigibilità del credito del socio receduto. In quest’ultimo caso, nella predisposizione del piano concordatario dovrà essere esposto l’eventuale credito del socio da recesso, in modo da permettere ai creditori di esprimere, con consapevolezza, il loro voto in merito all’approvazione della proposta del debitore posto che, in tale circostanza, il socio receduto concorrerebbe con loro alla ripartizione dell’attivo concordatario. Logicamente il rimborso ad opera della società determinerebbe una riduzione di risorse a favore dei creditori sociali, con evidenti ripercussioni negative sul piano e sull’accettazione da parte dei creditori della proposta di concordato del debitore.


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LA RESPONSABILITA' DEGLI AMMINISTRATORI NELLE SOCIETA' DI CAPITALI - RESPONSABILITA' VERSO I SINGOLI SOCI E I TERZI

Pubblicato il 05 febbraio 2019 alle 14.20



L’art. 2395 stabilisce che << le disposizioni dei precedenti articoli non pregiudicano il diritto al risarcimento del danno spettante al singolo socio o al terzo che sono stati direttamente danneggiati da atti colposi o dolosi degli amministratori >>.

La chiave della distinzione di questa azione dalle precedenti sta nell’espressione “direttamente danneggiati” che si contrappone evidentemente a “indirettamente danneggiati”. Infatti il danno arrecato al patrimonio sociale colpisce i soci sempre indirettamente: essi vedranno pregiudicato il loro diritto sugli utili o vedranno diminuire il valore della loro partecipazione, per cui il legislatore riconosce ai soci il diritto di chiedere personalmente un risarcimento danni all’amministratore quando un suo atto doloso o colposo ha arrecato agli stessi un danno.

L’esempio classico di applicazione dell’art. 2395 riguarda l’ipotesi in cui gli amministratori redigono una situazione finanziaria sulla base della quale attirano i risparmiatori incauti ad acquistare le azioni della società o a sottoscrivere un aumento di capitale sociale, esibendo una prosperità che in realtà non sussiste. In questo caso non vi è un danno per la società - poiché la società è riuscita a collocare le proprie partecipazioni - bensì, in via diretta, sono evidentemente coloro i quali, fidandosi delle informazioni fornite loro dagli amministratori, hanno sottoscritto le azioni diventando soci della società.

Sulla base delle recenti sentenze in materia di responsabilità verso i soci e/o terzi, la giurisprudenza ha rilevato una mancanza di responsabilità degli amministratori nelle seguenti casistiche:

  • Inattività dell’assemblea;
  • Perdita del capitale sociale. Non è in dubbio che tale evento colpisce un bene della società e non dei soci, i quali possono bensì subire un danno puramente di riflesso dovuto alla diminuzione di valore delle proprie partecipazioni, ma, come già in precedenza ricordato, la giurisprudenza di questa Corte ha costantemente ritenuto che detta diminuzione è solo un danno indiretto per il socio a tutela del quale non è quindi proponibile Fazione ex art. 2395 c.c..”


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LA RESPONSABILITA' DEGLI AMMINISTRATORI NELLE SOCIETA' DI CAPITALI - RESPONSABILITA' VERSO I CREDITORI SOCIALI

Pubblicato il 24 gennaio 2019 alle 08.00



Gli amministratori sono responsabili verso i creditori sociali per l’inosservanza degli obblighi inerenti la conservazione dell’integrità del patrimonio sociale, la quale non è dunque soltanto un obbligo nei confronti della società, ma assume rilevanza anche nei confronti dei creditori sociali.

Il legislatore stabilisce che i creditori sociali possono attivare un’azione di responsabilità verso gli amministratori per il danno loro arrecato, solo nel caso in cui il patrimonio sociale non sia più sufficiente a far fronte alle obbligazioni sociali, ovvero devono essere rispettati contestualmente due condizioni:

1) Gli amministratori devono aver violato o qualche precetto normativo, o qualche disposizione statutaria o il generale obbligo di diligenza, determinando una riduzione del patrimonio sociale;

2) Il patrimonio sociale, in virtù della riduzione del patrimonio sociale a causa dell’amministratore, non è sufficiente a far fronte alle obbligazioni della società e dunque a soddisfare i creditori.

Se da una parte è possibile che vi sia una responsabilità dell’amministratore verso la società ma non verso i creditori, non sembra invece ipotizzabile l’esistenza di un atto che possa essere fonte di responsabilità verso i creditori sociali ma non verso la società: in altro parole se viene richiesta la responsabilità da parte dei creditori sociali, può essere richiesta anche dalla società.

Concludiamo il paragrafo in questione, occupandoci della rinuncia o della transazione effettuata dalla società. Il legislatore sancisce due principi fondamentali:

  • L’irrilevanza della rinuncia effettuata dalla società verso l’azione di responsabilità nei confronti dell’amministratore. Il creditore sociale può sempre e comunque proporre azione di responsabilità contro l’amministratore, indipendentemente se la società ha rinunciato a tale azione;
  • La rilevanza della transazione effettuata dalla società con l’amministratore, verso l’azione di responsabilità proposta dal creditore sociale. Pertanto il creditore sociale non può proporre azione di responsabilità contro l’amministratore, se quest’ultimo ha transatto con la società.


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LA RESPONSABILITA' DEGLI AMMINISTRATORI NELLE SOCIETA' DI CAPITALI - RESPONSABILITA' VERSO LA SOCIETA'

Pubblicato il 08 gennaio 2019 alle 15.10



Gli amministratori devono adempiere ai doveri ad essi imposti dalla legge e dallo statuto con la diligenza richiesta dalla natura dell’incarico e dalle loro specifiche competenze: pertanto non è sufficiente la diligenza del buon padre di famiglia o dell’uomo medio, bensì occorre la diligenza del buon amministratore in funzione della natura dell’incarico e delle specifiche competenze dell’amministratore.

L’azione di responsabilità della società verso l’amministratore/i può essere promossa:

  • Dall’assemblea dei soci, con voto a maggioranza;
  • Dal collegio sindacale, con voto di almeno 2/3 dei componenti del collegio;
  • Da tanti soci che rappresentino almeno 1/5 (20%) del capitale sociale.

L’azione può essere esercitata entro 5 anni dalla cessazione dell’amministratore dalla carica.

La promozione dell’azione di responsabilità non comporta automaticamente la revoca dell’amministratore dalla carica, salvo che la delibera venga assunta da almeno 1/5 del capitale sociale dall’assemblea dei soci. In ogni caso l'azione sociale di responsabilità può essere oggetto di rinuncia o di accordo transativo con l’amministratore, indipendentemente da chi ha proposto l’azione di responsabilità, solamente qualora non vi sia il voto contrario di una minoranza che rappresenti almeno 1/5 del capitale sociale.

In caso di successo dell’azione di responsabilità, la società rimborsa ai soci integralmente le spese di lite e beneficia del risarcimento.


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TIPOLOGIE DI START-UP INNOVATIVE

Pubblicato il 16 novembre 2018 alle 14.15



Per esaminare le agevolazioni fiscali previste per le start-up innovative, è necessario in primo luogo distinguere tra start-up ordinarie e quelle a vocazione sociale-ambito energetico, poiché per queste ultime sono previste delle agevolazioni in misura più intensa.

Sono a vocazione sociale le start-up che esercitano le seguenti attività:

- Assistenza sociale;

- Assistenza sanitaria;

- Assistenza socio-sanitaria;

- Educazione, istruzione e formazioneTutela dell’ambiente e dell’ecosistema, con esclusione delle attività, esercitate abitualmente, di raccolta e riciclaggio di rifiuti urbani, speciali e pericolosi;

- Valorizzazione del patrimonio culturale;

- Turismo sociale;

- Formazione universitaria e post-universitaria;

- Ricerca ed erogazione di servizi culturali;

- Formazione extra-scolastica, finalizzata alla prevenzione della dispersione scolastica ed al successo scolastico e formativo;

- Servizi strumentali alle imprese sociali, resi da enti composti in misura superiore al 70% da organizzazioni che esercitano un’impresa sociale.

Sono ad ambito energetico le start-up che esercitano attività con i seguenti codici Ateco:

> 27.1 Fabbricazione di motori, generatori e trasformatori elettrici e di apparecchiature per la distribuzione e il controllo dell’elettricità.

> 27.2 Fabbricazione di batterie di pile ed accumulatori elettrici.

> 27.32 Fabbricazione di altri fili e cavi elettrici ed elettronici.

> 27.33 Fabbricazione di attrezzature per cablaggio.

> 28.11

> 28.12 Fabbricazione di motori e turbine (esclusi i motori per aeromobili, veicoli e motocicli)

> 28.13 Fabbricazione di altre pompe e compressori.

> 28.14 Fabbricazione di altri rubinetti e valvole.

> 28.15 Fabbricazione di cuscinetti, ingranaggi e organi di trasmissione (esclusi quelli idraulici).

> 28.21 Fabbricazione di forni, bruciatori e sistemi di riscaldamento.

> 28.25 Fabbricazione di attrezzature di uso non domestico per la refrigerazione e la ventilazione.

> 28.29.2 Fabbricazione di macchine e apparecchi per le industrie chimiche, petrolchimiche e petrolifere (incluse parti e accessori).

> 29.31 Fabbricazione di apparecchiature elettriche ed elettroniche per autoveicoli e loro motori.

> 72.1 Ricerca e sviluppo sperimentale nel campo delle scienze naturali e dell’ingegneria.

Il riconoscimento di Start-up a vocazione sociale avviene tramite autocertificazione dell’impresa alla sezione speciale del registro delle imprese.


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LA PERIZIA DI STIMA NELLE TRASFORMAZIONI SOCIETARIE OMOGENEE EVOLUTIVE

Pubblicato il 08 novembre 2018 alle 15.45



Il codice civile prevede l'obbligo di redazione della perizia nel caso di trasformazione di società di persone in società di capitali, al fine di tutelare l’interesse pubblico sull’effettiva esistenza del patrimonio netto della società trasformanda, poiché la stessa sarà la principale garanzia per i creditori della società. Infatti la perizia non dovrà solamente valutare (al fair value) i beni, ma anche verificarne la loro esistenza evitando l’annacquamento del capitale tramite un'eccessiva valutazione degli elementi dell’attivo. Per tale motivo, ad esempio, sarà necessaria la perizia anche nel caso in cui la società trasformata abbia nel proprio bilancio solo valori di cassa.

Il legislatore prevede una diversa procedura di nomina del perito in base alla tipologia di trasformazione:

  • Nel caso di trasformazione in S.p.a. o in S.a.P.a., l'esperto deve essere nominato da parte del tribunale (art. 2343 c.c.);
  • Nel caso di trasformazione in una S.r.l. è la società a dover nominare l'esperto iscritto nel registro dei revisori o da una società di revisione (art. 2465 c.c.).

Nella perizia di stima delle S.p.a. e delle S.a.p.A. si applicano alcune disposizioni appositamente previste quali:

a) La perizia deve essere controllata dagli amministratori entro 180 giorni dalla registrazione dell’atto di trasformazione nel registro delle imprese: nel caso sussistano fondati motivi, gli amministratori possono procedere alla revisione della stima dell'esperto. Fino a tale momento, le azioni non possono essere alienate e devono restare depositate presso la società.

b) Se dal controllo degli amministratori sulla relaziione di stima, risulta che il valore reale dei beni o dei crediti risulti inferiore di oltre 1/5 rispetto a quello indicato dall’esperto nella perizia, la società deve ridurre il capitale sociale o coprire la differenza tramite un versamento in denaro;

c) L’art. 2500 ter c.c. consente di evitare la redazione della perizia qualora si disponga di documenti alternativi recenti ed attendibili di cui all’art. 2343 ter c.c..

Nel dettaglio i valori attuali degli elementi patrimoniali potranno essere presi da:

- O un bilancio approvato da non oltre un anno, purché sottoposto a revisione e la revisione ha dato esito positivo;

- O dal valore attuale risultante da una valutazione precedente di non oltre 6 mesi, sempre effettuata da un esperto indipendente dotato di adeguata e comprovata professionalità.


HP CONSULTING SRL - COMITATO DI STUDI 


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